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L’AGGRESSIVITÀ GIAPPONESE IN ASIA

L’AGGRESSIVITÀ GIAPPONESE IN ASIA

Alla tensione politico-diplomatica tra Francia e Gran Bretagna da un lato e Germania, Italia e Unione Sovietica dall’altro, si aggiunge l’accendersi di nuovi focolai di crisi in altre aree del mondo.

Duramente colpito dalla crisi del ’29, e con una brusca inversione di rotta nella sua politica estera, il Giappone sposta l’asse principale dei suoi commerci verso quei mercati asiatici che sono considerati uno spazio vitale per la creazione di una “sfera di coprosperità” in cui il Sol Levante aspira a estendere la sua influenza. Assorbita la Corea e ridottala al rango di colonia, nel 1931 il Giappone si impossessa militarmente della Manciuria – approfittando della scarsa autorità esercitata dal governo centrale cinese – e vi fonda uno Stato fantoccio (il Manciukuò) senza prestare ascolto alle intimazioni della Società delle nazioni, e infine abbandona questo organismo internazionale nel 1933.

La radicalizzazione in senso bellicista e imperiale del Giappone conduce, dopo la firma del patto anti-Comintern con la Germania nazista in funzione anticomunista e antisovietica, all’invio 150.000 soldati che invadono il Nord del paese, neutralizzando la resistenza dei nazionalisti del Kuomintang capeggiati da Chiang Kai-shek e dei comunisti di Mao Zedong e impadronendosi di buona parte della Cina settentrionale, seppur a prezzo di perdite non trascurabili. A Shanghai e Nanchino saccheggi, distruzioni e massacri lasciano un saldo di 250.000 morti. Tuttavia, il Giappone non riesce a spezzare la resistenza cinese, attiva fino al 1945 e che darà vita a un fronte unito tra comunisti e nazionalisti, e commette l’errore di sottovalutare l’ampiezza del conflitto che finisce per estendersi su un fronte di circa 3.000 km.

L’espansionismo di Tokyo può contare su una debole risposta inglese e sull’isolazionismo di Washington e poggia su un esasperato nazionalismo, che sul piano interno vede il potere civile sempre più subordinato alle forze armate. Il Giappone ascende al ruolo di protagonista strategico nell’area del Pacifico e la sua aggressività trova un interlocutore diretto nella Germania – soprattutto nel ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop, che elabora la concezione di un “triangolo politico-mondiale Berlino-Roma-Tokyo” -, che punta anch’essa al ridimensionamento dell’imperialismo inglese.

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